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Tecnologia & Comunicazione Ci voleva una pandemia per farci riscoprire l'entusiasmo verso la rete e la societa' connessa? Sembra che sia tornata alla ribalta la rivoluzione buona del World Wide Web

Elogio di internet ai tempi del coronavirus

Negli ultimi anni non sono certo mancate le valide ragioni per criticare gli effetti collaterali di internet sulla nostra società. Dipendenza da smartphone e da social network, violazioni della privacy e sorveglianza, polarizzazione della politica e manipolazione dell'opinione pubblica, molestie, troll e chi più ne ha più ne metta.

Non è che internet sia improvvisamente diventato un nemico dell'umanità. Abbiamo però iniziato a dare per scontati gli aspetti positivi, che rappresentavano la narrazione dominante della rete nei primi anni 2000, e ci siamo concentrati su quelli negativi, anche nel tentativo di correggerli. E poi, all'inizio di questo 2020, è giunto il coronavirus a segnare quello che potrebbe essere un altro giro di boa.

Niente cinema, concerti, aperitivi, ristoranti, partite con gli amici, weekend al mare o in montagna. Niente vita sociale. Da quasi due settimane, e senza sapere con precisione quando tutto ciò finirà, siamo rinchiusi nelle nostre case. Ed è così che, improvvisamente, stiamo riscoprendo che enorme ruolo gioca internet nelle nostre vite. Al di là degli inevitabili effetti collaterali di qualunque rivoluzione sociale, abbiamo da un giorno all'altro riaperto gli occhi su quanto internet sia fondamentale per mantenere la nostra società funzionante e coesa (nei limiti di quanto possa esserlo durante una pandemia).

LA RIVOLUZIONE DIGITALE DEL LAVORO

L'esempio più ovvio è quello del lavoro. Oggi stiamo assistendo a ciò che è stato definito "il più grande esperimento di smart working" di tutti i tempi. E per forza: fino a poco fa condurre questo esperimento sarebbe stato semplicemente impossibile. Affrontare un'epidemia avrebbe significato scegliere tra un'alternativa del diavolo: continuare a permettere a milioni di persone di recarsi in ufficio oppure bloccare anche l'intero settore terziario avanzato - comunicazioni, consulenze, informazione, marketing, ricerca e molto altro - che così tanta importanza riveste in un'economia come la nostra (a seconda delle stime e delle definizioni, potrebbe valere attorno al 40% del pil.

Nel complesso, si ritiene che siano 8 milioni gli italiani che fanno un lavoro che può essere svolto anche da casa. Fino a poche settimane fa, erano però soltanto 500mila a farlo almeno un giorno a settimana. Un numero che si sarà sicuramente moltiplicato in tempi di coronavirus, in cui il lavoro da remoto è obbligatorio in ogni situazione in cui sia possibile.

Ma che il numero ritorni a 500mila appena passata l'emergenza o che lo smart working venga invece adottato da 8 milioni di persone, una cosa è certa: fino a pochissimi anni fa questo numero non sarebbe potuto andare oltre lo zero. Il lavoro da remoto è un rivoluzionario esperimento sociale che fino a poco fa sarebbe stato semplicemente impensabile e che riguarda, con modalità diverse, anche il mondo della scuola, che da un giorno all'altro si è trovato alle prese con l'e-learning e le lezioni a distanza con risultati - stando alle esperienze che mi sono state raccontate - tutto sommato incoraggianti.

USCIRE CON GLI AMICI SU SKYPE

C'è però un altro aspetto da considerare, se possibile ancora più sorprendente e che ha a che fare con la socialità. La scorsa settimana ho sperimentato per la prima volta i raduni digitali con gli amici su Skype o Hangout (che, almeno a Milano, hanno preso il triste nome di "apericall" o "aperiskype"). Niente di diverso da una classica conference call, ma svolta tra amici per tenersi compagnia.

Mi era già capitato di chiacchierare in videochiamata con amici che vivono lontani, ma è stata per la prima volta in cui ho sperimentato questa pratica in una modalità di gruppo. Ero certo che valesse la pena fare un tentativo. Ero invece molto più dubbioso che potesse funzionare, soprattutto visto che - nel mio gruppo di amici storici - al primo appuntamento ha aderito circa una decina di persone. Pensavo sinceramente che il tutto si sarebbe risolto in una gran confusione e che dopo breve tempo ci saremmo rassegnati al fatto che non si può riprodurre una serata al pub davanti a uno schermo, anche per l'impossibilità di suddividere la conversazione tra piccoli gruppi come sempre avviene quando si è in tanti.

E invece sono rimasto stupito: il fatto di trovarsi in una situazione di questo tipo ha naturalmente trasmesso a tutti la necessità di rispettare con più attenzione i turni di parola e di segnalare quando si voleva intervenire. Tutto in maniera molto spontanea, senza alzate di mano come a scuola. Ha funzionato talmente bene che sono rimasto a chiacchierare con gli amici bevendo qualche birra fino a notte fonda.

"Magari saremo per sempre costretti a incontrarci così e finiremo per pensare che le altre persone esistano solo in questa forma", ha detto scherzando una mia amica. Una sorta di riedizione digitale della caverna di Platone: chi l'avrebbe mai detto che ci saremmo trovati davvero a vivere in un mondo cyberpunk?

Ovviamente si tratta di un surrogato che speriamo di poter presto cancellare dalle nostre vite (prima di finire davvero a pensare che gli amici siano un volto che compare su una porzione del nostro schermo), ma è un surrogato che funziona e ci consente - sfruttando anche i social network e le chat di Whatsapp - di evitare una totale solitudine. Stare da soli sarà anche un'esperienza nuova e arricchente, che ci fa scoprire una dimensione dell'essere ormai dimenticata, ma alla lunga rischia di essere più che altro alienante.

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Ci voleva una pandemia per farci riscoprire l'entusiasmo verso la rete e la società connessa? Sembra che sia tornata alla ribalta la rivoluzione buona del World Wide Web
Cyberspazio
In Italia il tempo medio giornaliero speso su internet è di 4,7 ore tramite desktop e 2,2 ore via mobile
Negli ultimi anni non sono certo mancate le valide ragioni per criticare gli effetti collaterali di internet sulla nostra società. Dipendenza da smartphone e da social network, violazioni della privacy e sorveglianza, polarizzazione della politica e manipolazione dell'opinione pubblica, molestie, troll e chi più ne ha più ne metta.

Non è che internet sia improvvisamente diventato un nemico dell'umanità. Abbiamo però iniziato a dare per scontati gli aspetti positivi, che rappresentavano la narrazione dominante della rete nei primi anni 2000, e ci siamo concentrati su quelli negativi, anche nel tentativo di correggerli. E poi, all'inizio di questo 2020, è giunto il coronavirus a segnare quello che potrebbe essere un altro giro di boa.

Niente cinema, concerti, aperitivi, ristoranti, partite con gli amici, weekend al mare o in montagna. Niente vita sociale. Da quasi due settimane, e senza sapere con precisione quando tutto ciò finirà, siamo rinchiusi nelle nostre case. Ed è così che, improvvisamente, stiamo riscoprendo che enorme ruolo gioca internet nelle nostre vite. Al di là degli inevitabili effetti collaterali di qualunque rivoluzione sociale, abbiamo da un giorno all'altro riaperto gli occhi su quanto internet sia fondamentale per mantenere la nostra società funzionante e coesa (nei limiti di quanto possa esserlo durante una pandemia).

La rivoluzione digitale del lavoro
L'esempio più ovvio è quello del lavoro. Oggi stiamo assistendo a ciò che è stato definito "il più grande esperimento di smart working" di tutti i tempi. E per forza: fino a poco fa condurre questo esperimento sarebbe stato semplicemente impossibile. Affrontare un'epidemia avrebbe significato scegliere tra un'alternativa del diavolo: continuare a permettere a milioni di persone di recarsi in ufficio oppure bloccare anche l'intero settore terziario avanzato - comunicazioni, consulenze, informazione, marketing, ricerca e molto altro - che così tanta importanza riveste in un'economia come la nostra (a seconda delle stime e delle definizioni, potrebbe valere attorno al 40% del pil)

Nel complesso, si ritiene che siano 8 milioni gli italiani che fanno un lavoro che può essere svolto anche da casa. Fino a poche settimane fa, erano però soltanto 500mila a farlo almeno un giorno a settimana. Un numero che si sarà sicuramente moltiplicato in tempi di coronavirus, in cui il lavoro da remoto è obbligatorio in ogni situazione in cui sia possibile.

Ma che il numero ritorni a 500mila appena passata l'emergenza o che lo smart working venga invece adottato da 8 milioni di persone, una cosa è certa: fino a pochissimi anni fa questo numero non sarebbe potuto andare oltre lo zero. Il lavoro da remoto è un rivoluzionario esperimento sociale che fino a poco fa sarebbe stato semplicemente impensabile e che riguarda, con modalità diverse, anche il mondo della scuola, che da un giorno all'altro si è trovato alle prese con l'e-learning e le lezioni a distanza con risultati - stando alle esperienze che mi sono state raccontate - tutto sommato incoraggianti.

 

Uscire con gli amici su Skype
C'è però un altro aspetto da considerare, se possibile ancora più sorprendente e che ha a che fare con la socialità. La scorsa settimana ho sperimentato per la prima volta i raduni digitali con gli amici su Skype o Hangout (che, almeno a Milano, hanno preso il triste nome di "apericall" o "aperiskype"). Niente di diverso da una classica conference call, ma svolta tra amici per tenersi compagnia.

Mi era già capitato di chiacchierare in videochiamata con amici che vivono lontani, ma è stata per la prima volta in cui ho sperimentato questa pratica in una modalità di gruppo. Ero certo che valesse la pena fare un tentativo. Ero invece molto più dubbioso che potesse funzionare, soprattutto visto che - nel mio gruppo di amici storici - al primo appuntamento ha aderito circa una decina di persone. Pensavo sinceramente che il tutto si sarebbe risolto in una gran confusione e che dopo breve tempo ci saremmo rassegnati al fatto che non si può riprodurre una serata al pub davanti a uno schermo, anche per l'impossibilità di suddividere la conversazione tra piccoli gruppi come sempre avviene quando si è in tanti.

E invece sono rimasto stupito: il fatto di trovarsi in una situazione di questo tipo ha naturalmente trasmesso a tutti la necessità di rispettare con più attenzione i turni di parola e di segnalare quando si voleva intervenire. Tutto in maniera molto spontanea, senza alzate di mano come a scuola. Ha funzionato talmente bene che sono rimasto a chiacchierare con gli amici bevendo qualche birra fino a notte fonda.

"Magari saremo per sempre costretti a incontrarci così e finiremo per pensare che le altre persone esistano solo in questa forma", ha detto scherzando una mia amica. Una sorta di riedizione digitale della caverna di Platone: chi l'avrebbe mai detto che ci saremmo trovati davvero a vivere in un mondo cyberpunk?

Ovviamente si tratta di un surrogato che speriamo di poter presto cancellare dalle nostre vite (prima di finire davvero a pensare che gli amici siano un volto che compare su una porzione del nostro schermo), ma è un surrogato che funziona e ci consente - sfruttando anche i social network e le chat di Whatsapp - di evitare una totale solitudine. Stare da soli sarà anche un'esperienza nuova e arricchente, che ci fa scoprire una dimensione dell'essere ormai dimenticata, ma alla lunga rischia di essere più che altro alienante.

Bulimia culturale
C'è un altro aspetto che si dà per scontato e che riguarda l'informazione e l'intrattenimento culturale. Senza internet e la banda larga, una situazione di questo tipo ci avrebbe costretto a fare affidamento solo ed esclusivamente sui libri o fumetti che già abbiamo in casa (e quindi probabilmente già letto) e sulla televisione. Non una situazione ideale, soprattutto se anche a voi fa venire i brividi il pensiero di fare ricorso allo zapping televisivo per trovare cose interessanti da vedere.

Per fortuna c'è internet. Che ovviamente non significa solo Netflix e la possibilità di comprare qualunque ebook si abbia il desiderio di leggere. E nemmeno significa soltanto approfittare delle lodevoli iniziative di condivisione gratuita messe in campo da realtà editoriali come il Saggiatore o Coconino press. Significa anche approfittare dei concerti online trasmessi da alcuni artisti, dei dj set improvvisati su Instagram o condividere playlist su Spotify. E anche riscoprire il ruolo di condivisione della cultura della pirateria, grazie alle persone che hanno deciso di caricare sul cloud i film conservati nei loro hard disk offrendo così una sorta di Netflix artigianale - ma ovviamente illegale - dedicato a quei film che sulle piattaforme classiche non trovano spazio.

A tutto questo si aggiungono anche le visite virtuali ai musei e tutta una serie di iniziative di digitalizzazione della cultura che si stanno moltiplicando ogni giorno che passa. Tanto da far venire il dubbio che, forse, ci si stia spingendo fin troppo in là. Chi ha tempo di consumare tutto ciò considerando che, per l'appunto, non siamo rintanati in casa senza assolutamente nulla da fare ma siamo in maggioranza (non tutti, purtroppo) alle prese con lo smart working?

Come ha sottolineato su Facebook Tiziano Bonini, docente di Media Studies a Siena, "davvero pensiamo che, quando non lavoriamo, allora bisogna indossare le vesti dei consumatori? (...) L'eccesso di materiali disponibili in streaming, la quantità di post di amici che ci avverte che c'è un nuovo archivio disponibile in streaming, ci spinge a consumare streaming, consumare cultura come dei bulimici".

C'è sempre un lato negativo nelle cose. E in questo caso è che una situazione che poteva essere l'occasione per scoprire nuove pratiche (imparare a cucinare, curare meglio le piante sul balcone, tirare fuori gli acquarelli mai utilizzati, imparare a suonare l'ukulele che ci hanno regalato anni fa o migliorare la propria tecnica nello stirare le camicie) si è invece trasformato nell'occasione perfetta per diventare consumatori di mass media ancora più di quanto già non siamo.

Ovviamente non tutti staranno passando le loro giornate come zombie congelati davanti a Netflix. E si spera anche di tornare il prima possibile alle nostre vite sociali in carne e ossa. Ma al di là di tutto questo, ci sono pochi dubbi sul fatto che internet sia stato l'alleato migliore in cui potevamo sperare in un momento di epidemia. Che ci ha permesso anche in questi giorni difficilissimi di vivere una specie di surrogato digitale della nostra vita normale. Ma un surrogato digitale è meglio di niente. Soprattutto è quanto di meglio potessimo sperare di vivere mentre il coronavirus ci costringe alla clausura.

Tratto da www.wired.it
di Andrea Daniele Signorelli

 

Inserita il : 19-03-2020 da wineuropa

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